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Vinicio Capossela infiamma il Locus Festival

Locorotondo si è trasformata ancora una volta in un crocevia di musica, memoria e visioni. Il 12 agosto, nella suggestiva cornice di Masseria Ferragnano, il Locus Festival ha accolto Vinicio Capossela con un progetto speciale dedicato ai trent’anni de Il ballo di San Vito, uno degli album più visionari e irregolari della musica italiana.

Non un semplice concerto celebrativo, dunque, ma la riapertura di una storia. Pubblicato nel 1996, Il ballo di San Vito ha rappresentato uno dei passaggi più originali nella carriera di Capossela, un lavoro capace di mescolare canzone d’autore, ritmi popolari, suggestioni mediterranee, blues, rock e una teatralità che ha sempre costituito una delle cifre distintive dell’artista.

A trent’anni di distanza, quelle canzoni sono tornate a vivere sul palco nella loro interezza. L’idea del cantautore era infatti quella di riproporre integralmente l’album, per restituirgli non soltanto il valore della memoria, ma soprattutto la sua energia fisica e collettiva. Perché, come ricorda la presentazione del progetto, Il ballo di San Vito non è mai stato un disco da ascoltare immobili: è musica che chiede movimento, corpo, partecipazione.

La scelta di Locorotondo assume un significato particolare. Capossela ha raccontato il rapporto profondo tra la propria musica e il Salento, ricordando in particolare Patù e quella “geografia” pugliese che ha contribuito alla nascita dell’immaginario di Il ballo di San Vito. In un’intervista realizzata durante il Locus, il cantautore ha definito il Capo di Santa Maria di Leuca una parte centrale della propria geografia musicale, collegando quei luoghi alle origini di alcune delle sue prime produzioni.

È proprio questa capacità di attraversare i territori senza trasformarli in semplice cartolina a rendere particolarmente significativo l’incontro tra Capossela e il Locus. La musica diventa una forma di viaggio: dalla pianura padana alle coste del Salento, dalle tradizioni popolari alle contaminazioni internazionali.

A Locorotondo il trentennale non è stato quindi soltanto un esercizio nostalgico. Il ballo di San Vito continua a conservare una forza sorprendentemente contemporanea, perché dentro le sue canzoni convivono disordine, festa, inquietudine, ironia e desiderio di evasione.

L’album, inciso tra Bologna e diverse abitazioni temporanee, vide anche la partecipazione di musicisti di grande rilievo, tra cui il chitarrista Marc Ribot, alla sua prima collaborazione con Capossela.

Riproporlo oggi significa riportare al centro quella dimensione irrequieta e quasi rituale che ne ha segnato la nascita. Non una celebrazione imbalsamata del passato, ma un repertorio rimesso in circolo e consegnato a un pubblico nuovo.

Il ritorno di Vinicio Capossela si inserisce perfettamente nella filosofia del Locus Festival 2026, giunto alla sua ventiduesima edizione e costruito attorno a un programma capace di mettere in dialogo grandi protagonisti internazionali, cantautorato italiano, jazz, elettronica e nuove contaminazioni. Il concept dell’edizione, ispirato a Miles Davis, invita a “non suonare ciò che c’è, ma ciò che non c’è”: un principio che sembra fatto su misura per la libertà creativa di Capossela.

Locorotondo, ancora una volta, si conferma così uno dei cuori pulsanti della manifestazione. La Masseria Ferragnano ha fatto da scenario a una serata in cui passato e presente si sono incontrati, dimostrando come certi dischi, anche dopo trent’anni, possano continuare a generare movimento.

E forse è proprio questo il senso più autentico del ritorno de Il ballo di San Vito: non ricordare semplicemente ciò che è stato, ma verificare se quelle canzoni abbiano ancora qualcosa da dire.